In ricordo di Teresa Baronchelli.
Teresa Baronchelli ci ha lasciato il 7 luglio
2026 dopo una vita lunghissima,
interamente dedicata al servizio degli altri.
Teresa è stata un simbolo dell’emigrazione
femminile; nei decenni di attività aveva
organizzato, condotto e raggruppato attorno
a sé le protagoniste dell’emigrazione in
progetti di ogni tipo: da un laboratorio
artigianale di pasta fatta in casa, che ancora
sopravvive, fino a gruppi di aggregazione ed
ascolto.
Generosa, disinteressata ed altruista, per
molti anni ha seguito i progetti nelle carceri
di Friburgo, proponendo corsi per l’ottenimento del diploma italiano di terza media per
poter poi conseguire una qualifica professionale. L’assistenza ai carcerati era un pilastro
della sua fede.
Nata nel 1931 a Villa d’Ogna, in provincia di Bergamo, ha vissuto in Italia fino al 1956,
impegnandosi a fondo in attività parrocchiali e nelle associazioni cattoliche; emigrò
prima in Svizzera e, successivamente, in Germania. Ha lavorato in fabbrica e si è
occupata di attività sociali fino al 1973. Nel 1974 ha dato vita alle ACLI di Friburgo. È
stata membro del Comites locale e del Consiglio Comunale per gli stranieri ed eletta
due volte al Cgie. È stata definita la “grande madre” dell’emigrazione”.
Per ricordarla ci piace immaginare di riascoltare la sua voce in un estratto da una
intervista rilasciata al “Corriere d’Italia” il 6 settembre 2019.
D. Le chiedo di raccontare l’esperienza dell’emigrazione.
R. Nel ‘68 arrivai in Germania, come inviata della mia stessa ditta svizzera in una filiale
vicino a Tubinga. Avrei dovuto rimanere solo pochi mesi, invece le cose andarono
diversamente. In Germania cominciai a incontrare la prima emigrazione femminile,
molto povera, fatta soprattutto di donne che venivano dal Sud. Erano state reclutate
chissà come, al paese. Erano paurose, spaventate di tutto. Però riuscimmo a creare un
gruppo di solidarietà e di accoglienza. Di donne migranti ne arrivarono altre, e la
solidarietà diventò quasi una necessità di sopravvivenza. Ognuna era presente per
l’altra, tutti i giorni e su tutti i fronti. Qui l’emigrazione cominciò al femminile. Poi
cominciarono ad arrivare i mariti, a ricomporsi i nuclei familiari. Cominciò per me
l’esperienza del sindacato, della commissione interna…
Fotografia da “Corriere D‘Italia.” D. Veniamo al suo lavoro con le donne. Mi parli della cooperativa delle donne
disoccupate, che costituì con altri a Friburgo nell’85.
R. Il progetto era rivolto a donne casalinghe e disoccupate, le quali, proprio a causa
della loro situazione familiare, per la presenza di bambini, erano escluse dal mercato
del lavoro. Il problema era sempre quello della formazione. Queste donne dovevano
imparare il tedesco, dovevano imparare l’importanza della qualificazione professionale.
Dovevano imparare a fare la contabilità. E dovevano conciliare tutto questo con la
famiglia e la casa, con i bambini. La cosa importante di quella esperienza, però, fu il
fatto che le donne italiane iniziarono a rendersi conto che non dovevano solo imparare,
ma che potevano anche insegnare. Il gruppo era di nazionalità mista, c’erano dentro
donne tedesche molto interessate alla cultura ed alla lingua italiana. In questo le donne
italiane si sentivano molto realizzate e cominciarono anche a rivalutare il loro modo di vivere, la loro cultura di origine. Importantissimo fu il fatto che, allora, un gruppo di donne emigrate fu il motore di un progetto che invitava le donne a gestirsi da sole e ad avere tra loro un rapporto interculturale paritario. C’era posto per tutte, non ultime,
ragazze con handicap che con noi trovavano la possibilità di lavorare.
D. Un’altra domanda riguarda il suo lavoro con le donne in emigrazione, che sono la
parte più debole di una “società debole”.
R. La società è debole senza loro. Loro non sono deboli. Sono quelle che hanno fatto e
fanno più fatica, quelle che sopportano di più il disagio, quindi le più forti.
È questa ultima frase il cuore del messaggio, più attuale che mai, che Teresa Baronchelli
ci ha lasciato.